Dall'Agoghé all'aula moderna

 

Questo articolo, non senza una piccola vena provocatoria, vuole presentare un confronto improponibile (ma forse proprio per questo stimolante) tra rigore spartano e istruzione moderna. Trovo interessante mettere in relazione due mondi diversissimi divisi non solo nel tempo ma anche e soprattutto nella concezione di educazione, di ciò che è importante trasmettere ai propri figli.     

L'antica Sparta, con la sua ineguagliabile enfasi sul rigore militare e la formazione del cittadino-soldato, rappresenta un modello di educazione quasi inimmaginabile nel contesto odierno. Al centro di questo sistema vi era l'Agoghé (ἀγωγή), un percorso formativo obbligatorio e totalizzante che plasmava i giovani spartani fin dall'età di sette anni. Oggi, mentre le istituzioni educative e i modelli genitoriali cercano nuove strade per affrontare le sfide di una società in continua evoluzione, emerge un contrasto stridente tra l'estremo rigore spartano e una tendenza, talvolta preoccupante, verso una perdita di autorevolezza della scuola moderna con il rischio di perdere o di vedere comunque compromesso il suo stesso ruolo.

L'Agoghé spartana non era semplicemente un'istituzione scolastica; era un'esperienza di vita intrisa di disciplina, obbedienza e sopportazione delle difficoltà. I giovani venivano allontanati dalle famiglie per vivere in caserme, sottoposti a un addestramento fisico estenuante, a privazioni e a un'educazione improntata alla laconicità e all'essenzialità. L'obiettivo primario non era lo sviluppo individuale in senso lato, ma la formazione di cittadini-soldati devoti allo Stato, capaci di sacrificio e lealtà incondizionata. Il rigore era la norma: la fame, il freddo e persino le punizioni fisiche erano strumenti per forgiare il carattere e temprare la resistenza. L'autorità degli istruttori era assoluta e indiscutibile, e l'errore era spesso un'opportunità per imparare attraverso la sofferenza e la correzione immediata.

Il panorama scolastico odierno si muove su principi diametralmente opposti. La scuola moderna è pervasa da un lodevole e indispensabile desiderio di inclusione, volto a garantire a ogni studente, indipendentemente dalle proprie capacità o difficoltà, un percorso formativo adeguato. Tuttavia, questa spinta all'inclusione, in alcuni casi, sembra degenerare in un eccessivo permissivismo.

La ricerca di un ambiente "amichevole" e "non giudicante" ha talvolta eroso il concetto di autorevolezza dell'istituzione scolastica e degli insegnanti. La paura di traumatizzare gli studenti, o di incorrere in reazioni negative da parte dei genitori, ha indebolito la capacità di imporre regole chiare, di applicare sanzioni coerenti e di richiedere il rispetto dell'autorità. Le critiche costruttive vengono talvolta percepite come attacchi personali, e la disciplina come una limitazione alla libertà individuale, anziché come un presupposto per la crescita e l'apprendimento collettivo. Spesso, dispiace dirlo, più che i ragazzi sono genitori irresponsabili o forse a loro volta traumatizzati a essere protagonisti di queste reazioni e questo è veramente preoccupante. Il risultato è un'istituzione che, pur animata dalle migliori intenzioni, fatica a imporre limiti e a trasmettere il senso della responsabilità, elementi fondamentali per la formazione di individui autonomi e consapevoli. 

Naturalmente anche i docenti, in quanto esseri umani, non sono immuni da errori e debolezze ma sarebbe compito di un genitore degno di questo nome, responsabile e intelligente, far capire al proprio rampollo che così come a scuola anche e soprattutto nella vita avrà a che fare con persone diverse, cortesi ma anche scorbutiche: come ora si trova davanti al docente duro e rigido o un compagno antipatico, un giorno potrà avere a che fare con un capufficio, un principale o comunque altre persone della stessa pasta e allora non potrà rivolgersi al papà o alla mamma per aiuto e protezione. Imparare a scuola come gestire queste difficoltà senza scivolare nel trauma o nelle reazioni violente dovrebbe essere un’azione congiunta prodotto di un’alleanza scuola-famiglia che invece a volte latita a scapito di atteggiamenti da muro contro muro che non fanno altro che danneggiare proprio i ragazzi.

Non a caso questo parallelismo impossibile tra Sparta e l'attualità si estende in modo significativo alla sfera della genitorialità. Nell'antica Sparta, i genitori affidavano i propri figli allo Stato all'età di sette anni, rinunciando di fatto a gran parte della loro influenza educativa diretta. La fiducia nello Stato e nel sistema dell'Agoghé era totale, e l'interesse del singolo era subordinato a quello della collettività. Non c'era spazio per l'accondiscendenza o per la contestazione delle decisioni educative prese dagli efori o dagli istruttori. L'obiettivo era allevare figli che sarebbero stati valorosi cittadini-soldati, e per questo si era disposti a delegare pienamente la loro formazione.

Oggi, la situazione è spesso rovesciata. L'amore genitoriale, pur sacrosanto e fondamentale, può manifestarsi in una forma di iper-protezione che rasenta l'estrema accondiscendenza. Molti genitori moderni sono talvolta quasi succubi dei figli, incapaci di imporre limiti o di resistere alle loro richieste, per timore di frustrarli o di non essere percepiti come "amici". Questa tendenza si traduce in una costante interferenza nella sfera scolastica, con contestazioni frequenti delle decisioni degli insegnanti, richieste di favoritismi e una difficoltà ad accettare critiche o valutazioni negative nei confronti dei propri figli. Il risultato è una generazione che fatica a confrontarsi con le frustrazioni (ma che paradossalmente è ancora più frustrata), a sviluppare resilienza e ad assumersi responsabilità, poiché abituata a un ambiente in cui ogni desiderio viene prontamente soddisfatto e ogni ostacolo aggirato.

È evidente che non si può e non si deve auspicare un ritorno all'estremismo dell'Agoghé spartana. Il suo modello era figlio di un contesto storico e sociale specifico, fondato su valori che oggi sarebbero inaccettabili. Tuttavia, l'analisi del suo rigore può offrirci spunti di riflessione preziosi.

La scuola e la genitorialità moderne sono chiamate a trovare un equilibrio tra la necessaria inclusione e il ripristino dell'autorevolezza. Inclusione non significa assenza di regole o di limiti; significa piuttosto creare un ambiente in cui ogni studente possa sviluppare le proprie attitudini all'interno di una struttura chiara e definita. La genitorialità, pur basata sull'amore e sul supporto, deve riscoprire il coraggio di educare attraverso la fermezza, la coerenza e la capacità di dire "no". Solo così potremo formare individui non solo inclusivi e sensibili, ma anche resilienti, responsabili e pronti ad affrontare le sfide di un mondo complesso, senza essere succubi dei propri desideri o delle proprie fragilità. Il futuro delle nostre società dipenderà dalla nostra capacità di riscoprire il valore del sano rigore e dell'autorevolezza, per il bene delle nuove generazioni.

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