Dall’omeostasi all’inquietudine - la ricerca della stabilità
In natura tutto tende all’equilibrio. È una legge universale, una costante che attraversa la fisica, la chimica e la biologia. Gli atomi, le cellule, i sistemi viventi e persino gli ecosistemi complessi sembrano mossi da un unico istinto fondamentale: raggiungere la condizione più stabile possibile.
L’universo, nella sua apparente complessità, persegue la semplicità dell’armonia.
In fisica, l’omeostasi è il principio che regola la vita: ogni organismo tende a mantenere costanti le proprie condizioni interne nonostante le variazioni dell’ambiente esterno. È la ricerca dell’equilibrio termico, della giusta pressione, del corretto pH. Un corpo, lasciato a sé stesso, si muove spontaneamente verso uno stato di minore energia potenziale, perché è lì che trova pace, sicurezza, stabilità.
Anche in chimica la regola non cambia. Gli atomi “desiderano” completare il proprio guscio elettronico, raggiungendo l’ottetto perfetto, simbolo di stabilità e pienezza. Gli elettroni si spostano, si legano, si mettono insieme pur di ottenere quella configurazione che li renda meno reattivi, più equilibrati. La regola dell’ottetto è quasi una metafora dell’animo universale: il bisogno di completarsi, di trovare la forma più stabile possibile.
La regola di Markovnikov, d’altro canto, ci mostra che anche le reazioni chimiche seguono percorsi preferenziali, si orientano verso la via che porta al prodotto più stabile, non necessariamente al più rapido o appariscente. La natura non spreca energia, non cerca il dramma: sceglie la via più economica, più efficiente, più duratura.
Eppure, l’uomo è l’eccezione. L’essere umano, dotato di coscienza e desiderio, sembra ribellarsi a questa legge universale. Invece di cercare stabilità, egli tende al movimento, all’inquietudine, alla continua trasformazione. Quando raggiunge una meta, ne desidera un’altra; quando conquista una certezza, la mette in dubbio; quando trova un equilibrio, lo rompe per il gusto di sperimentare di nuovo l’instabilità. È come se l’uomo fosse programmato per non accontentarsi mai, per vivere in un perenne stato di tensione verso qualcosa di diverso, di oltre.
Dal punto di vista psicologico, questa inquietudine nasce forse dal bisogno di significato. L’omeostasi, nell’essere umano, non si ferma al livello biologico: egli cerca un equilibrio anche interiore, ma lo confonde spesso con il possesso, il successo, l’approvazione. Così, invece di stabilizzarsi, entra in un ciclo di desiderio e frustrazione.
Lo spirito umano, una volta raggiunta una certa condizione di sicurezza materiale o emotiva, tende a spingersi oltre, quasi temesse la quiete come se fosse sinonimo di immobilità. È la tragedia del progresso, ma anche la sua forza: quella fame di conoscenza, di scoperta, di superamento dei limiti che ha permesso all’uomo di costruire civiltà, di volare nello spazio, di decifrare il codice della vita.
Eppure, a volte, questo slancio diventa distruttivo. Per interesse personale, per ambizione o per pura vanità, l’uomo complica ciò che potrebbe restare semplice, destabilizza ciò che potrebbe essere armonico. Si ostina a sfidare le leggi dell’equilibrio, anche quando ne conosce le conseguenze. Inquina l’ambiente in cui vive, distrugge relazioni per orgoglio, sacrifica la serenità per inseguire un miraggio di potere o riconoscimento.
Così, mentre l’universo tende spontaneamente alla pace dell’omeostasi, l’uomo sembra cercare la tempesta dell’instabilità.
Forse, in fondo, è proprio questa la sua condanna e la sua grandezza: essere un ente instabile in un universo che tende alla stabilità, un elettrone impazzito che non vuole completare l’ottetto, una molecola che sceglie la via meno stabile solo per vedere cosa accade.
Eppure, se imparassimo ad ascoltare la saggezza della natura — quell’invito silenzioso all’equilibrio, alla misura, alla stabilità — forse potremmo vivere meglio: non smetteremmo di sognare, ma sapremmo trovare pace nel movimento, ordine nel cambiamento, armonia nella tensione.
Perché la vera stabilità, forse, non è l’immobilità, ma la consapevolezza del proprio equilibrio dinamico, quella condizione in cui anche l’inquietudine trova un suo posto, e l’uomo smette di essere l’eccezione dolorosa della natura per tornare a farne parte, finalmente, in armonia.

Commenti
Posta un commento