Quello che le donne non dicono - il silenzio che uccide
I notiziari, purtroppo quasi quotidianamente, riportano storie strazianti che hanno come oggetto il femminicidio. Ogni volta l'orrore scuote le coscienze ma spesso ci si rifugia nel pensiero rassicurante che "a me non capiterà mai". Il fatto è che proprio questo senso di estraneità a un pericolo percepito come lontano che rende la violenza domestica un mostro insidioso e diffuso. Prendendo spunto dal titolo di una splendida canzone di Fiorella Mannoia, "Quello che le donne non dicono" (che, per la verità, non ha come tema il femminicidio) l'intenzione è quella di gettare luce su un dramma che si consuma nel silenzio delle case: la sofferenza muta delle donne vittime di mariti o compagni violenti.
"Quello che le donne non dicono" è spesso una verità terrificante: la paura, l'isolamento e la vergogna. La violenza non è solo fisica; spesso inizia con la svalutazione, il controllo economico, le minacce psicologiche. Sono abusi che, come gocce costanti, erodono l'autostima e la volontà della vittima, intrappolandola in una gabbia invisibile tessuta dal carnefice.
Molte donne non denunciano per una miriade di ragioni: la paura di ritorsioni ancora peggiori, la dipendenza economica, la preoccupazione per i figli o l'illusione che "lui cambierà". C'è anche una profonda, paralizzante, sensazione di fallimento personale, come se ammettere l'abuso significasse ammettere di aver sbagliato tutto. Questo silenzio non è una scelta; è una conseguenza diretta della manipolazione e della violenza subita.
E' necessario guardare in faccia la realtà: la violenza domestica e i femminicidi che ne conseguono non sono fatti di cronaca distanti. Sono il tragico culmine di un percorso di abuso spesso ignorato o minimizzato. Nessuna donna è immune. La violenza non sceglie in base al ceto sociale, all'istruzione o al successo lavorativo. Può annidarsi dietro la porta accanto, nella vita della nostra migliore amica.
È fondamentale smantellare l'idea che certi drammi siano solo "cose da altri". I segnali d'allarme ci sono, spesso sottili all'inizio, ma chiari: la gelosia ossessiva, il controllo sui messaggi, l'allontanamento forzato da amici e parenti. Se una donna si rende conto che il partner non la rispetta, la minaccia o le fa male, è cruciale che comprenda che non è colpa sua e che non è sola.
È qui che entra in gioco l'atto più difficile, ma salvifico: denunciare. Rompere il silenzio non è solo un modo per punire l'aggressore; è, prima di tutto, un gesto di sopravvivenza e di autodeterminazione. È un passo cruciale per interrompere il ciclo della violenza prima che sia troppo tardi.
Non è facile, ma esistono centri antiviolenza e sportelli di ascolto pronti a offrire supporto legale, psicologico e pratico, anche in forma anonima. Questi luoghi non giudicano, ma accolgono e accompagnano le donne verso la libertà.
A tutte le donne che in questo momento stanno subendo abusi voglio dire: il silenzio non vi proteggerà, ma la vostra voce può salvarti la vita. Le tante tragedie di cui si legge sui giornali non sono un destino ineluttabile, ma un monito. Smettere di credere che "tanto non succederà a me" significa riconoscere il pericolo e armarsi di coraggio.
Denunciare non è ammettere una sconfitta, è scegliere di vivere.

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