L'ultimo "like" - vite spezzate per un attimo di notorietà

L'impulso a misurarsi, a superare i propri limiti o quelli imposti dalla società, è una costante nella storia dell'adolescenza. Sebbene l'espressione di questa spinta sia mutata nel tempo, il sottile gusto del rischio, nonostante le sue potenziali conseguenze letali, rimane un filo rosso drammaticamente presente ancora oggi.

L'epopea del brivido: le corse clandestine degli anni cinquanta

Per trovare una delle forme più iconiche e pericolose di sfida giovanile, è necessario fare un salto nell'America degli anni Cinquanta. L'immagine del giovane James Dean in Gioventù bruciata (1955) che partecipa a una "chicken run" (metafora per indicare un confronto pericoloso in cui i partecipanti si sfidano a non cedere per primi) è l'archetipo perfetto.

In queste sfide, spesso chiamate "drag races" o, nella loro versione più estrema, "chicken games", due auto si lanciavano l'una contro l'altra o verso un precipizio, e il primo a sterzare o a frenare veniva etichettato come "pollo" o vigliacco. L'obiettivo non era solo vincere una gara, ma affermare la propria virilità e il proprio coraggio di fronte al gruppo, dimostrando di non temere la morte. Il ruggito dei motori e la velocità si fondevano in un rito di passaggio brutale, in cui la posta in gioco era la vita stessa. Molte di queste sfide si conclusero in tragedia.

L'era digitale: le challenge virali e il rischio a portata di schermo

Oggi, le corse clandestine sono state affiancate, e spesso sostituite, dalle "challenge" lanciate attraverso piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. La dinamica di base è rimasta inquietantemente simile: un'azione a rischio, un pubblico da impressionare e la paura di essere giudicati come "deboli" se non si partecipa accettando la sfida.

Tuttavia, il contesto è cambiato:

  1. Platea: Una challenge sui social può raggiungere milioni di utenti in poche ore, amplificando esponenzialmente il pubblico giudicante e la pressione a conformarsi.

  2. Accessibilità: Non è più necessaria un'auto truccata o un luogo segreto. La sfida può essere compiuta nella propria camera (come il tragico "Blackout Challenge") o in un luogo pubblico qualsiasi.

  3. Contenuto: Le sfide attuali spaziano dal bizzarro al puramente autolesionista o criminale, coinvolgendo l'ingestione di sostanze pericolose, atti di vandalismo, prove fisiche estreme o pratiche di soffocamento.

Purtroppo, anche oggi, l'esito di molte di queste sfide è la morte o gravi e permanenti lesioni. Il desiderio di accumulare "like" e visualizzazioni, e di ottenere un fugace momento di notorietà, spinge i giovani a minimizzare i rischi più ovvi, con esiti spesso fatali che si manifestano con una frequenza allarmante.

Coraggio o debolezza? L'analisi psicologica della sfida

È fondamentale smantellare il mito che circonda chi accetta una sfida insensata, spesso dipinto come un temerario degno di ammirazione. In realtà, l'atto di accettare una challenge pericolosa solo per paura del giudizio altrui è la dimostrazione di una profonda fragilità emotiva.

Chi accetta una sfida folle non è un eroe, ma una persona che mostra tutta la sua debolezza per il fatto di lasciare che un'altra persona condizioni le sue scelte mettendo in pericolo la sua vita.

La vera dinamica psicologica dietro queste azioni è la seguente:

  • Schiavitù del Giudizio: La frase subdola e universale "Non hai il coraggio di farlo" non è un invito alla libertà, ma un ricatto emotivo. Chi ha paura di essere indicato come un vigliacco e accetta la sfida non afferma una sua libertà. Al contrario, dimostra di essere schiavo di chi ha lanciato la sfida, perché il suo comportamento è interamente dettato dal timore del giudizio negativo altrui.

  • Omologazione e appartenenza: Nel periodo adolescenziale, il bisogno di far parte di un gruppo e di essere accettati è primario. La sfida diventa il "prezzo del biglietto" per l'accettazione sociale, un prezzo che troppi ragazzi sono disposti a pagare, anche con la propria vita.

  • Vero coraggio: Il vero coraggio non risiede nel compiere un gesto stupido e pericoloso, ma nel compiere un atto di libertà personale e di autodeterminazione. Avere il coraggio di dire "No" a una sfida, accettando il rischio di un'etichetta negativa, significa affermare il primato del proprio benessere e della propria vita sul giudizio superficiale degli altri.

Il diritto di dire "No"

La battaglia contro le challenge mortali non è solo una questione di sicurezza, ma di emancipazione psicologica. I ragazzi devono essere educati non solo sui rischi fisici delle sfide, ma sul diritto fondamentale di dire "No", esercitando la propria libertà di dissociarsi da un contesto che tende a sottometterli.

La vita di un individuo non può e non deve essere messa in gioco per un'approvazione effimera sui social media o per placare l'ego di un provocatore. Affermare la propria volontà, prendendosi cura della propria incolumità, è l'unica sfida che vale la pena vincere: quella contro la paura di essere sé stessi, indipendentemente dal giudizio della folla, non importa se reale o virtuale.

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