Destabilizzare per stabilizzare - anatomia di una strategia perversa

Esiste un’espressione, nella storia politica del nostro Paese, che suona tanto geometrica quanto spietata: "destabilizzare per stabilizzare". Questo paradigma era il cuore pulsante negli anni della strategia della tensione, quella perversa stagione che ha insanguinato l'Italia a cavallo tra gli anni '60 e '70 con qualche puntata negli anni '80.
A uno sguardo superficiale, la formula sembra un controsenso logico. Come può il caos generare ordine? Eppure, dietro questa contraddizione apparente si nascondeva una terrificante lucidità geometrica, una cinica architettura di potere in cui le bombe sui treni, nelle piazze e nelle banche non erano atti di folle terrorismo isolato, ma tessere di un mosaico ben più ampio.
La logica del terrore orchestrato
Per capire quell'Italia, bisogna immaginare un Paese sospeso sull'orlo di una faglia geopolitica. Da un lato la fedeltà atlantica alla NATO e agli Stati Uniti; dall'altro, il più grande Partito Comunista dell'Occidente che premeva alle porte del governo.
In questo scenario da Guerra Fredda, la strategia della tensione si inserisce come un correttore violento della democrazia. Il meccanismo era tanto elementare quanto aberrante:
Seminare il panico: compiere stragi indiscriminate contro civili inermi.
Incolpare l'estrema sinistra: orientare l'opinione pubblica e le indagini verso il pericolo sovversivo rosso.
Invocare lo Stato forte: spingere una popolazione terrorizzata a richiedere una svolta autoritaria, o quantomeno a rifugiarsi nel voto moderato, congelando qualsiasi cambiamento politico. Il cittadino comune, spaventato dall'ombra dell'anarchia, doveva spontaneamente barattare una quota della propria libertà e del proprio progresso democratico in cambio di un'unica cosa: la sicurezza.
La mostruosa contraddizione
Il punto di massima rottura logica ed etica di questa strategia risiede nella giustificazione dei mezzi in nome di un presunto "bene supremo".
Gli strateghi di questo disegno – un groviglio mai del tutto dipanato di apparati deviati dello Stato, servizi segreti nostrani e stranieri, logge massoniche ed eversione nera – agivano convinti di compiere una missione storica. Il loro obiettivo era preservare la collocazione internazionale dell'Italia, considerata l'argine vitale contro il blocco sovietico.
Qui si spalanca l'abisso della contraddizione:
Si pretende di salvare lo Stato democratico distruggendo i cittadini che lo compongono: una democrazia che per difendere se stessa ricorre alla strage di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia o del treno Italicus ha già smesso di essere una democrazia. Ha accettato le regole del totalitarismo che diceva di voler combattere.
L'assoluzione del sangue: giustificare l'omicidio di massa in nome degli equilibri internazionali significa trasformare lo Stato da garante della vita a carnefice supremo. Il "bene della nazione" diventa un idolo astratto a cui sacrificare vite umane reali.
Non c'era alcuna nobiltà in questo disegno. C'era solo il cinismo di chi considerava la vita dei propri connazionali come "danni collaterali" sacrificabili sulla scacchiera della geopolitica mondiale.
Un'eredità ancora aperta
Oggi la Guerra Fredda è finita, ma la domanda che la strategia della tensione ci ha lasciato resta drammaticamente aperta: fino a che punto le sorti della nostra nazione dipendono ancora da delicati, e spesso inconfessabili, equilibri internazionali?
La sovranità di un Paese non è mai un dato assoluto, ma un negoziato continuo. Se ieri il prezzo da pagare era il silenzio sulle stragi e i depistaggi istituzionali, oggi le pressioni si muovono sui binari dell'economia globale, delle risorse energetiche e delle alleanze militari nei nuovi conflitti multipolari.
Analizzare la strategia della tensione con lucidità non significa solo fare un esercizio di memoria storica. Significa tenere gli occhi aperti sul presente. Significa ricordare che quando il potere si giustifica dietro lo schermo del "segreto di Stato" o della "necessità geopolitica" per calpestare i diritti e la verità, sta solo ripetendo, in forme nuove, lo stesso identico paradosso degli anni '70. Un paradosso che l'Italia ha pagato con il sangue e con cui, a distanza di decenni, non ha ancora finito di fare i conti.
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