Dal cortile allo schermo - come è cambiata la guerra dei ragazzi


Chi ha qualche anno in più ricorda i pomeriggi passati in cortile a “fare la guerra”: un bastone al posto del fucile, un muretto come trincea, corse, nascondigli, cadute, ginocchia sbucciate. Era un gioco violento solo nella finzione. Finiva quando qualcuno veniva chiamato per la merenda, e spesso con una litigata subito dimenticata.

Oggi la guerra si gioca ancora, ma altrove: sullo schermo. E a molti insegnanti, genitori ed educatori sembra che qualcosa, nel passaggio, si sia perso. Soprattutto sembra che i ragazzi siano più nervosi, più irritabili, più pronti allo scontro.

Il corpo che non si muove

La differenza più evidente è la più semplice. Il gioco di una volta impegnava il corpo: si correva, si saltava, si misuravano le forze, si imparava fin dove si poteva spingere un compagno prima che il gioco diventasse una zuffa vera. Quel tipo di gioco, fatto di contatto, rincorse e regole inventate sul momento, era una vera palestra di autocontrollo. Il ragazzo scaricava energia, imparava a leggere le reazioni degli altri, sperimentava la frustrazione di perdere e il modo di uscirne.

Il videogioco di guerra, invece, immobilizza il corpo e chiama in causa soprattutto occhi, riflessi e attenzione. L’energia fisica non si scarica: si accumula, insieme all’eccitazione generata dal gioco.

Occhi e mente sotto assedio

C’è poi la natura stessa dei wargame: luci, esplosioni, musiche incalzanti, suoni di spari e sirene, ricompense continue. Sono prodotti studiati con grande cura per catturare l’attenzione e non lasciarla andare. Lo sguardo resta fisso, la mente è sempre in allerta, e l’organismo reagisce come se la minaccia fosse reale, con battito accelerato e tensione muscolare, senza però che il corpo possa fare nulla.

Quando si spegne lo schermo, molti ragazzi non “atterrano” subito. Restano carichi, pronti a reagire, poco disposti ad ascoltare. Chi lavora con loro lo vede ogni giorno: la difficoltà a staccarsi dal gioco, la reazione rabbiosa quando viene richiesto di smettere, la stanchezza e la minore capacità di concentrazione il giorno dopo.

Quando il gioco diventa dipendenza

Il punto più delicato è quello della dipendenza. Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il “disturbo da gioco” (gaming disorder) nella classificazione internazionale delle malattie, indicando come segnali la perdita di controllo sul tempo di gioco, la priorità data al gioco rispetto ad altre attività e la prosecuzione nonostante le conseguenze negative. Non riguarda la maggioranza dei giocatori, ma per chi ne è coinvolto l’irritabilità e l’aggressività, soprattutto quando il gioco viene interrotto, sono sintomi frequenti.

Un quadro da non semplificare

Per onestà intellettuale, va detto che la ricerca scientifica non offre una risposta semplice. Il legame diretto tra videogiochi violenti e violenza reale non è dimostrato: gli studi indicano al massimo effetti piccoli e di breve durata sull’aggressività, e molti ragazzi giocano senza alcuna conseguenza. Anche il gioco con le pistole giocattolo, del resto, non ha mai prodotto generazioni di violenti. Altri fattori pesano almeno quanto lo schermo: il clima familiare, la qualità del sonno, la solitudine, le difficoltà a scuola, l’esposizione alla violenza reale.

Il problema, forse, non è tanto che cosa si gioca, piuttosto come e quanto, e che cosa il gioco sostituisce. Ogni ora davanti a uno schermo è un’ora sottratta al movimento, al contatto con i coetanei, alla noia creativa, al sonno.

Che cosa possiamo fare

  • Fissare tempi chiari, e farlo insieme ai ragazzi, spiegando le ragioni invece di imporre un divieto che genera solo conflitto.
  • Prevedere una “decompressione” dopo il gioco: un po’ di movimento, una passeggiata, qualche minuto all’aria aperta prima di tornare alle altre attività.
  • Restituire spazio al gioco fisico: sport, giochi di squadra, uscite, anche semplicemente il cortile.
  • Conoscere i giochi a cui i ragazzi giocano, rispettando le indicazioni di età (il sistema PEGI), e giocarci insieme ogni tanto.
  • Fare attenzione ai segnali: rabbia sproporzionata allo stop del gioco, isolamento, calo del rendimento, sonno disturbato. In questi casi vale la pena parlarne con il pediatra o con uno psicologo.

In conclusione

Il cortile e lo schermo non sono semplicemente due versioni dello stesso gioco. Cambiano il ruolo del corpo, il rapporto con gli altri e il modo in cui si impara a gestire l’energia e la rabbia. Non serve demonizzare i videogiochi, ma serve ricordarci che i ragazzi hanno bisogno di muoversi, di sporcarsi e di scontrarsi (per finta) con i loro simili. Il compito degli adulti è fare in modo che questo spazio non scompaia.

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