Le vespe di Aristofane - il pungiglione della democrazia

Quando Aristofane mise in scena Le Vespe ad Atene, nel 422 a.C., la democrazia ateniese aveva poco più di ottant’anni, era in guerra con Sparta da quasi un decennio ed era dominata da demagoghi abilissimi a dire al popolo ciò che il popolo voleva sentirsi dire. Eppure, leggendo la commedia oggi, si ha l’impressione che sia stata scritta ieri.
La trama in breve
Filocleone (“l’amico di Cleone”) è un vecchio ateniese con una sola ossessione: fare il giudice. Ogni mattina, all’alba, corre ai tribunali popolari, dove i giurati ricevevano un modesto compenso di tre oboli al giorno. Per lui condannare è un piacere e una ragione di vita. Suo figlio Bdelicleone (“il nemico di Cleone”) decide di fermarlo: lo chiude in casa, sorvegliato da due schiavi, ma il vecchio tenta ogni via di fuga, dal camino ai trucchi più ridicoli, mentre il coro dei vecchi giurati, armati di pungiglione come vespe, accorre in suo aiuto.
Bdelicleone propone allora una sfida: se il padre perderà il confronto, resterà a casa. Il processo si trasforma in farsa quando il figlio gli organizza un tribunale domestico, dove l’imputato è un cane, accusato dall’altro cane di aver rubato un pezzo di formaggio siciliano. Il cane-accusatore è una caricatura trasparente di Cleone, e il cane-imputato richiama il generale Lachete, accusato di corruzione. Filocleone, per un errore, finisce per assolvere l’imputato e per la prima volta in vita sua si pente di un verdetto.
Il figlio tenta poi di rieducarlo alla vita raffinata, portandolo a un banchetto. Ma il vecchio si ubriaca, offende i presenti, rovina la serata e chiude la commedia con una danza sfrenata, sfidando i figli del tragediografo Carcino.
Il padre e il figlio: due modi di guardare la città
Il cuore della commedia è lo scontro tra Filocleone e Bdelicleone.
Filocleone è entusiasta della democrazia, o meglio dell’idea di potere che crede di esercitare. Si sente un sovrano: i ricchi lo supplicano, gli imputati piangono davanti a lui, i politici lo lusingano. Ripete di avere un potere paragonabile a quello di Zeus. È convinto di essere il cuore della città.
Bdelicleone è realista. Con un celebre calcolo, fatto quasi sulle dita, mostra al padre quanto incassa Atene dai tributi degli alleati e quanto di quella ricchezza arriva davvero ai giurati: una frazione modesta. Tutto il resto resta nelle mani dei capi popolo, che per mantenere il consenso distribuiscono al popolo le briciole, chiamandole “potere”. Il vecchio crede di essere padrone, ma in realtà è un servo trattato con riguardo: “mantenuto” da chi ha tutto l’interesse a tenerlo in quel ruolo.
Questo è il punto più attuale della commedia. Non è la corruzione in sé, che esiste in ogni epoca e in ogni sistema, ma il meccanismo che la rende possibile: un elettorato lusingato, convinto di contare, e una classe politica che gli concede simboli e piccoli vantaggi mentre amministra ben altri interessi.
Cosa non è cambiato
Alcune scene sembrano uscite da un talk show contemporaneo:
- La lusinga come metodo di governo. I demagoghi di Aristofane non convincono, accarezzano. Dicono al popolo che è sovrano, saggio, temuto, mentre decidono altrove le questioni che contano.
- La giustizia usata come arma politica. I processi non servono soltanto a punire, ma a regolare conti, intimidire avversari, consolidare il consenso. Il processo al cane, grottesco, è una parodia di questo uso.
- L’accusa di “tirannia” come insulto universale. In tutta la commedia, chiunque provi a ragionare con calma viene sospettato di voler instaurare un regime. Ancora oggi, chi propone una critica scomoda si sente dare del nemico del popolo.
- La dipendenza dal compenso. Filocleone difende il suo ruolo anche perché gli dà un’identità e un piccolo reddito. Difendere il sistema che ci nutre, anche quando ci sfrutta, è un riflesso umano senza tempo.
Una commedia che non fa sconti a nessuno
Sarebbe però un errore leggere Le Vespe come una semplice denuncia contro “i politici”. Aristofane è più sottile e meno rassicurante.
Bdelicleone ha ragione nell’analisi, ma la sua cura fallisce. Quando tenta di trasformare il padre in un uomo “per bene”, il risultato è un disastro comico: il vecchio non cambia, si ubriaca, si scatena, e il finale appartiene a lui. Aristofane sembra dirci che smascherare il meccanismo non basta, perché le persone non si lasciano rieducare, e a volte non vogliono neppure essere liberate.
Va ricordato anche che Aristofane era un autore schierato: duro con Cleone, ricco produttore e venditore di pelli che si era dato alla politica, e con i demagoghi, nostalgico di un’Atene più sobria. La sua è satira, e come tutta la satira esagera. Non possiamo prenderla come documento neutrale della politica ateniese, e allo stesso modo non dovremmo trasformarla in un verdetto universale su ogni politico di ogni epoca. Esistevano allora, e esistono oggi, amministratori onesti e competenti; se la commedia funziona ancora, è perché ci mostra un rischio ricorrente, non un destino.
Perché leggerla oggi
Le Vespe ci ricorda che il problema della politica è antico quanto la politica stessa: chi detiene il potere ha sempre la tentazione di usarlo per sé, e chi lo delega ha sempre la tentazione di credersi più potente di quanto sia. La differenza tra una democrazia sana e una malata sta nella capacità dei cittadini di fare il conto di Bdelicleone: guardare i numeri, chiedersi dove vanno i soldi, e non accontentarsi dei tre oboli.
Ridere di Filocleone è facile. Più difficile, e più utile, è chiedersi in quale momento della nostra giornata ci comportiamo come lui.
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